Babalú Ayé in ombra indica una distorsione del tema della cura: l’attenzione al dolore o al bisogno diventa eccesso, maschera o dipendenza. Qui la compassione non libera, trattiene; l’aiuto non guarisce, crea debito; la fragilità non è riconosciuta con amore, ma usata come identità. Quando compare, suggerisce che la risposta alla tua domanda personale passa dal capire dove la “bontà” è diventata squilibrio.

Se il problema è in te, Babalú Ayé può mostrarti due estremi. Da un lato l’altruismo che ti svuota: salvi, ripari, ti fai carico di tutto, e intanto ti consumi, come se valessi solo quando servi. Dall’altro lato la durezza difensiva: ti chiudi, non vuoi sentire nessuno, perché associare il bisogno alla debolezza ti fa paura o ti irrita. In questa ombra può comparire anche il vittimismo: farti pena da solo, crederti “ultimo” per non rischiare, cercare attenzione continua, oppure aggrapparti al ruolo di ferito perché ti dà un posto sicuro nel mondo. A volte persino la sofferenza diventa un linguaggio per ottenere amore.

Se il problema è intorno a te, Babalú Ayé parla di dinamiche ambigue: aiuti interessati travestiti da generosità, bontà usata come moneta di scambio, cura che serve a controllare. Può indicare anche persone che richiedono attenzioni senza fine, che cercano pena più che soluzione, che trasformano ogni cosa in emergenza, oppure situazioni dove la fragilità viene esibita, ingigantita o persino inventata per ottenere protezione, vantaggio o potere emotivo. In questo campo, la domanda non è “chi soffre di più”, ma “chi sta usando la sofferenza per governare la relazione”.

Se la carta esce per prima indica che la risposta alla tua domanda passa prima dall’osservare dove può esserci un fraintendimento. Esiste qualcosa che dovrebbe essere buono e invece, se ci pensi bene, non lo è? Oppure c’è in te o intorno a te un finto aiuto, un finto povero, un finto malato?

Se esce dopo una carta luce mette in guardia: mentre insegui la virtù stai attento a non farlo per le necessità del tuo ego.

E prova a farti una domanda:

C’è una “ferita” (reale o narrata) che viene continuamente riaperta perché dà attenzione, presenza o controllo?

Non so cosa tu abbia chiesto, caro consultante, ma se Babalú Ayé si é presentato nel suo aspetto ombra, vuole farti sapere quanto segue:

(e solo tu puoi sapere se queste frasi parlano a te, oppure se ti stanno indicando parole da rivolgere a qualcuno intorno a te)

DOMANDA E RACCOMANDAZIONE INVECE SONO PER TE 

Non usare il dolore come distintivo. La sofferenza non nobilita quando viene esibita per convincere gli altri.

 

Non trasformare il bene in un palcoscenico. L’aiuto recitato non merita ammirazione.

 

Non cercare amore attraverso la pietà. L’affetto ottenuto per disperazione non guarirà mai la solitudine.

 

Non sacrificarti oltre il giusto. Il martirio è solo autopunizione travestita da virtù.

 

Non curare gli altri per non guardare te stesso. Le ferite che eviti diventano lente e crudeli.

 

Non legare gli altri a te con il bisogno. La dipendenza non è stima, è uso.

 

Non usare la bontà come debito. Chi dona per farsi ripagare non dona, traffica.

 

Non vestirti di umiltà per dominare. La modestia ostentata è solo un ego mascherato.

 

Non trattenere il corpo nel dolore. La malattia che si coltiva diventa linguaggio contro sé stessi.

 

Non idealizzare la miseria. La povertà d’anima o di mezzi, va risolta, non celebrata.

 

Domanda: come puoi arricchire ciò che ora è povero?

 

Raccomandazione: oggi scegli un oggetto da donare, e dallo senza chiedere niente a cambio.